Progetti Speciali

Siamo nati in un’epoca in cui, ci hanno detto, gli ideali sono morti, le passioni sono morte. Dio, i valori, la buona educazione, le mezze stagioni, i bei tempi andati, il passato, il futuro e la speranza sono morti. Siamo nati a quanto pare in un ossario, in un campo santo.

Eppure siamo nati e abbiamo dei progetti.

Le nostre pubertà e le nostre adolescenze sono state accompagnate dai balletti trash in prima serata, da governanti condannati in ultimo appello, da calciatori e veline multi-miliardari.

La sacralità del talento di cui leggiamo sui libri d’arte è stata soppiantata dai talent show e l’arte del racconto dalle tecniche dello storytelling al servizio del marketing.

Eppure siamo diventati attori, registi, drammaturghi. Mentre attorno a noi, a quanto pare, un mondo spariva. Le grandi cooperative, quelle che avevano portato il pubblico teatrale italiano a triplicarsi nel giro di pochi anni, chiudevano i battenti. Nasceva e fioriva l’industria dello spettacolo, una macchina miope, super-efficiente e senza cuore. Il teatro intanto diventava invisibile, elitario, o tuttalpiù un oggetto d’antiquariato, un accessorio vintage.

Eppure nutriamo un certo amore per questo luogo e abbiamo dei progetti per lui.

A quanto pare siamo il popolo degli instupiditi, dei lobotomizzati, dei disincantati; siamo il popolo senza padri, proviamo vergogna per il passato e angoscia per il futuro.

Siamo la generazione dell’emergenza, non educata al desiderio ma alla minaccia. Siamo iper-informati e iper-scoraggiati.

Eppure.

Stiamo decidendo di programmare, di investire. Stiamo decidendo di non scuotere le spalle, di non abdicare alle sfide, di non mimetizzarci, di non adattarci e di non sdraiarci. Abbiamo l’impressione che molto di quello che si dice sia solo un modo di raccontare l’impossibilità. Vogliamo provare a fare un racconto diverso, per rovesciare il discorso, per rivoltare il destino.

Lo vogliamo fare con un progetto complesso. Investendo sul tempo, sulla società, sull’opportunità della krisis. E sul nostro incontro.

Se è vero che per far ridere Dio basta raccontargli i propri progetti, noi vogliamo sentire quella risata.